pagina aggiornata il 25 Luglio 2017

 

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- 05/13 -

Maggio bellissimo per i matrimoni: tradizioni significative dei ladini


 

“Ci sposeremo a maggio, con tante rose” diceva una canzone di alcuni decenni fa. E, obiettivamente, il mese di maggio sembra il più poetico per le nozze; la primavera è inoltrata e la natura, tutta in festa, sembra il miglior clima e il più bel augurio per i due giovani che con amore si legano per la vita.
Il giorno del matrimonio, con il naturale contorno di festa, era ritenuto fondamentale anche nella cultura ladina.
Per questo, i preparativi duravano giorni e giorni...
La ricerca per la sala del pranzo, l’addobbo della casa della sposa, le rose e i fiori per gli archi lungo la strada per andare alla chiesa ecc. era tutto preparato accuratamente.
E poi il pranzo: solenne, secondo le esigenze del tempo; quando si poteva, si invitavano anche i musicanti e non soltanto per le danze finali, ma anche per rallegrare i conmmensali e gli sposi.
Tradizionali erano anche gli scoppi all’esterno. Chi aveva dei parenti cacciatori poteva contare sugli spari dei fucili da caccia. Molti, però, godevano assai dei forti botti che si ottenevano con il gas ricavato dal carburo raccolto sotto dei recipienti di latta, su cui era stato praticato un foro, al quale, stando a dovuta distanza, l’incaricato avvicinava una fiamma, facendo saltare per aria il recipiente (qualche volta ci sono stati anche dei feriti...).
G.B. Rossi, nel suo Vocabolario, così documenta il matrimonio tradizionale a Gosaldo:
El dì de le noże el noìż kó i sò parént andéa a čór la noìża andé ke i avéa parečà i foifrìt; daspò i ‘ndéa inter la ğéśia a maridàse; finì la mésa la sàntola de batédo la menéa la noìża davànt aotà de la Madòna, a la fin i ‘ndéa tuti a kaśa a far el past; la séra i piantéa fèsta da bal, ‘nté ‘na èra, ‘n vèčo sonéa l’armònika ‘ntànt ke i baléa la noiża la paséa kó ‘na guantiéra de konfèti e la ge ‘n eśebìa a tuti, el noìż déa żigri ai òmi; de fòra ‘ntànt i sčopetéa (pi ke i sčopetéa e pi lat l’avarèe bu la noìża kó la sarèe stata paiolénta, i diśéa). Se no i féa bal i tós i sonéa i kanpanèi e i bandói sót i balkói de la kanbra dei noìż (Go.).
Come si vede, il cuore della festa non era il pranzo ma la cerimonia religiosa che dava senso a tutto il resto, pur importante e desiderato. Era una tradizione sana e rispettata.